Gesù era ebreo

Nel Nuovo Testamento è dato per scontato e riportato in molti modi: Gesù era ebreo. Nella storia della Chiesa, tuttavia, questo fatto storico è stato soppresso e negato per secoli e accompagnato dalla persecuzione degli ebrei e dai peggiori pogrom. È quindi un compito permanente, soprattutto per le chiese, mantenere viva la consapevolezza dell’ebraismo di Gesù.

Traduzione dal tedesco: Italo L. Cherubini

Ogni volta che il conflitto in Medio Oriente scoppia di nuovo e questo è accaduto di nuovo in forme orribile dal 7 ottobre 2023, il nuovo antisemitismo e l’antigiudaismo religioso dilagano in molti Paesi e luoghi. Mentre l’antisemitismo si basa su discriminazioni etniche ed è razzista, l’antigiudaismo svaluta la religione ebraica e discrimina le persone sulla base della loro fede. L’antigiudaismo religioso è stato diffuso nelle chiese cristiane per secoli ed è stato accompagnato dalle peggiori persecuzioni, espulsioni e pogrom contro le persone di fede ebraica.1 Ciò rende ancora più grande la responsabilità delle Chiese di non permettere che l’antigiudaismo si ripresenti. I diritti umani di tutti e la relativa libera pratica religiosa, soprattutto delle minoranze religiose, devono essere protetti ovunque. Per quanto riguarda il conflitto in Medio Oriente, anche il diritto internazionale in Israele e Palestina e nel mondo deve essere rispettato ad ogni costo. Le ingiustizie che si verificano in Medio Oriente non devono portare all’antisemitismo e all’antigiudaismo, né tantomeno all’islamofobia.

Ricordare che Gesù era un ebreo è un mezzo efficace per combattere l’antigiudaismo ed è fondamentale per il rapporto ebraico-cristiano.2 È inoltre fondamentale per la fede cristiana rendersi conto che Gesù era un ebreo: senza questa consapevolezza, la vita, l’impatto e il significato di Gesù non possono essere compresi nella loro dimensione più profonda. Di seguito, quindi, ricordiamo alcune importanti affermazioni dei Vangeli sull’ebraismo di Gesù.

Maria e Giuseppe

Un neonato è ebreo se la madre è ebrea. In relazione a Gesù, ciò significa che Maria era ebrea.3 Il suo nome Maria, Miriam in ebraico, la collega a una lunga serie di donne ebree fino a Miriam, la sorella di Mosè: questa Miriam era una profetessa e cantò con altre donne un canto di liberazione dalla schiavitù in Egitto (Libro dell’Esodo 15,20-21). Anche nel Vangelo di Luca, Maria è descritta come una giovane profetessa che ha cantato la lode a Dio: l’ormai famoso Magnificat (Vangelo di Luca 1,46-55). Gli ultimi due versetti del Magnificat, in particolare, testimoniano l’evidente ebraicità di Maria:

«Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre» (Vangelo di Luca 1,54-55).

Naturalmente, anche Giuseppe era ebreo: il Vangelo di Matteo inizia con l’albero genealogico di Gesù da Abramo a Giuseppe (Vangelo di Matteo 1,1-17; cfr. Vangelo di Luca 3,23-38). Giuseppe svolge un ruolo centrale nella narrazione della nascita nel Vangelo di Matteo, poiché un angelo di Dio appare a Giuseppe in sogno in alcuni momenti chiave (Vangelo di Matteo 1,20; 2,13,19-20). Il padre di Gesù non è quindi caratterizzato solo dal nome «Giuseppe» che in ebraico significa: «Che DIO aggiunga», ma anche attraverso i suoi sogni fortemente collegati al Giuseppe del Libro della Genesi, uno dei dodici «figli»/tribù di Giacobbe (cfr. Libro della Genesi 37-50).4

Nel Vangelo di Matteo inoltre, Gesù, appena nato, rievoca ciò che l’intero popolo di Israele aveva vissuto più di mille anni prima di lui: la fuga in Egitto e il ritorno dall’Egitto (cfr. Libro della Genesi 37,1 – Giosuè).

Circoncisione di Gesù, 1480 d.C. circa, Brabante

Circoncisione

In conformità con la loro fede ebraica, Giuseppe e Maria fecero circoncidere il loro figlio l’ottavo giorno dopo la nascita (Vangelo di Luca 2,21), il segno centrale dell’appartenenza al giudaismo. La circoncisione è attribuita all’«alleanza eterna» di Dio con Abramo e la sua discendenza (Libro della Genesi 17,10-14). Durante la circoncisione, Maria e Giuseppe danno al neonato il nome di Gesù, in ebraico Yehoshua: «DIO salva».5 Anche Giosuè, il successore di Mosè, portava lo stesso nome (Libro di Giosuè 1,1). La «circoncisione e il nome» di Gesù furono celebrati per la prima volta nelle chiese della Spagna e della Galizia a partire dal VI secolo. A partire dal XII secolo circa, la circoncisione fu celebrata il 1° gennaio in diverse chiese orientali e nella Chiesa romana. Alcune chiese orientali la celebrano ancora oggi. Nella Chiesa cattolica romana, invece, la celebrazione della Circoncisione del Signore è stata cancellata nel 1969 e il 1° gennaio è stato dichiarato «Solennità della Madre di Dio». Alla luce del rapporto con l’ebraismo, questa decisione non è stata certo positiva.

Presentazione al Tempio

Subito dopo la circoncisione di Gesù, il Vangelo di Luca prosegue con un racconto che ancora una volta mostra chiaramente quanto Maria e Giuseppe abbiano vissuto la loro fede ebraica con il figlio Gesù e abbiano osservato i comandamenti della Torah:

«Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.» (Vangelo di Luca 2,22-24; cfr. Libro dell’Esodo 12,2-4).

In molte chiese, compresa la Chiesa cattolica romana, la cosiddetta «Presentazione del Signore» viene ancora celebrata il 2 febbraio. La «santificazione» dei primogeniti menzionata nel Vangelo di Luca si riferisce ai comandamenti durante la fuga dall’Egitto (Libro dell’Esodo 12,2.12). La «purificazione» cultuale è comandata alle donne quaranta giorni dopo la nascita di un maschio (Libro del Levitico 12).6 A causa della «purificazione» di Maria quaranta giorni dopo la nascita di Gesù, il 2 febbraio si è sviluppata la celebrazione della «Purificazione di Maria» (latino: Purificatio Beatae Mariae Virginis), popolarmente nota come Candelora (Consacrazione della Madonna), insieme alla «Presentazione del Signore». A differenza della «Circoncisione del Signore», la riforma liturgica cattolica romana degli anni Sessanta ha riaffermato il 2 febbraio come festa del Signore.

Raffigurazione di Gesù nel Tempio, Maestro dei pannelli di Pollinga, 1444 d.C.

Nel Tempio – «mio padre»

L’unico racconto di Gesù bambino nei Vangeli inizia con le parole: «I genitori di Gesù si recavano a Gerusalemme ogni anno per la Pasqua» e poi descrive come il dodicenne Gesù rimanga nel tempio di Gerusalemme e faccia domande agli scribi (Vangelo di Luca 2,41-52). All’inizio i suoi genitori non si accorsero che Gesù era rimasto nel tempio. Quando lo trovarono dopo tre giorni e lo rimproverarono, Gesù rispose, secondo il Vangelo di Luca: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». (2,49) Qui il Vangelo di Luca anticipa ciò che diventa centrale nella relazione di Gesù adulto con Dio: rivolgersi a Dio come «Padre». Si tratta di un rapporto con Dio caratterizzato dalla fiducia: «… chi darebbe al figlio una pietra se gli chiedesse un pane…?». (Vangelo di Matteo 7,9). Anche Gesù incoraggia i suoi seguaci ad avere questa fiducia in Dio, come dimostra il Padre Nostro (Vangelo di Matteo 6,9-15; Vangelo di Luca 11,2-4). In linea con l’idea di Dio come «Padre», la «figliolanza di Dio» di Gesù è sottolineata nei Vangeli, ad esempio al momento del battesimo: «Tu sei il mio Figlio prediletto, di te mi sono compiaciuto» (Vangelo di Marco 1,11).

La metafora di Dio come «padre» o «madre» o «genitore» ricorre anche nell’Antico Testamento:7 in primo luogo, DIO è descritto come «padre» in relazione al re davidico e il re è descritto come «figlio» di DIO (ad esempio, Salmo 2,6-7; 89,27-28). In secondo luogo, in relazione alle persone giuste («giuste» / «timorati di Dio», ad esempio Libro di Malachia 3,17; Libro del Siracide 4,10; Libro della Sapienza 2,16-18; 3,1-3). In terzo luogo, Dio è paragonato a un «padre» in relazione al suo popolo, gli israeliti (ad esempio, Libro del Deuteronomio 1,31; 32,6; Libro di Isaia 63,16) o anche a una «madre». Ad esempio, secondo il Libro di Isaia 66,13, DIO dice: «Come uno che è confortato da sua madre, così io vi consolerò».

Tentazione evitata

Dopo il battesimo, Gesù è tentato dal diavolo per quaranta giorni nel deserto; nei Vangeli di Matteo e Luca Gesù resiste alla tentazione tre volte, citando ogni volta la Torah: Gesù resiste alla tentazione della fame citando: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Vangelo di Matteo 4,4, citando il Libro del Deuteronomio 8,3). La tentazione dei miracoli soprannaturali con: «Non metterai alla prova il Signore tuo Dio» (Vangelo di Matteo 4,7, che cita il Libro del Deuteronomio 6,16). La tentazione del potere con: «Adorerai il Signore tuo Dio e servirai lui solo» (Vangelo di Matteo 4,10, che cita il Libro del Deuteronomio 6,13).

Mosè riceve le Dieci Parole, Maestro di San Vitale, Ravenna, prima del 547 d.C.

Rabbi Gesù e il comandamento più importante

Gesù si recava in sinagoga il sabato, in conformità con la sua fede ebraica, «come di consueto», osserva il Vangelo di Luca (4,16). Ci viene detto più volte che Gesù insegnava nelle sinagoghe (Vangelo di Marco 6,1-6). Gesù è chiamato «Rabbi» dai suoi discepoli (Vangelo di Marco 9,5 e altri) ed è quindi considerato un maestro (della Torah, i «primi cinque libri di Mosè»). Spesso si dice anche che Gesù discuteva con gli scribi, cioè con gli studiosi della Torah (ad esempio, Vangelo di Marco 3,22; 7,1; 12,28).

Quando uno scriba chiese a Gesù quale fosse il comandamento più importante, Gesù non rispose con qualcosa di nuovo, ma citò due passi della Torah: «Il primo è: Ascolta, Israele, DIO nostro Dio è l’unico DIO. Perciò amerai DIO tuo Dio…». (Vangelo di Marco 12,29s; che cita il Libro del Deuteronomio 6,4s). «In secondo luogo, amerai il tuo prossimo come te stesso…». (Vangelo di Marco 12,31; citazione dal Libro del Levitico 19,18).

Alla domanda su quali siano le cose più importanti nella fede, Gesù fa riferimento a due affermazioni della Torah. La Torah ebraica (i cinque «libri di Mosè»), i profeti (i libri da Giosuè a Malachia) e le Scritture (tutti gli altri scritti dai Salmi al secondo Libro delle Cronache) erano per Gesù la Parola di Dio. Secondo il Vangelo di Matteo, nemmeno la più piccola lettera (non uno «iota») o il più piccolo segno della Torah deve passare, anzi tutti i comandamenti della Torah devono essere osservati (Vangelo di Matteo 5,17-20).

Azione profetica

Oltre che come rabbi, Gesù opera anche come profeta, in grande continuità con i profeti dell’Antico Testamento. Egli annuncia l’imminente/presente «regno di Dio», l’imminente potenza di Dio (Vangelo di Marco 1,15; Vangelo di Luca 11,20) e la futura potenza di Dio (Vangelo di Matteo 6,10; Vangelo di Marco 14,25). Per questo molti pensavano che Gesù fosse un profeta del passato: «Alcuni per Giovanni Battista, altri per Elia, altri ancora per uno dei profeti», mentre Pietro dice a Gesù: «Tu sei il Cristo» (Vangelo di Marco 8,28-29). Anche la parola greca «Cristo» collega Gesù con la storia della salvezza ebraica: sta per la parola ebraica «Maschiach» (Messia), che, come Cristo, significa «unto» (di Dio).8

Rembrandt: Geremia che piange la distruzione di Gerusalemme, 1630 d.C..

Radicato nella fede ebraica

C’è molto altro da dire sull’ebraismo di Gesù. Ad esempio, lo stretto legame tra le parabole di Gesù e le parabole dell’Antico Testamento (cfr. la parabola della vigna nel Vangelo di Marco 12,1-11 e nel Libro di Isaia 5) e le parabole dei rabbini.9 Gesù si sentiva anche inviato ai «figli di Israele» e imparò, attraverso l’incontro con una donna cananea non ebrea, che la salvezza di Dio può operare anche al di fuori di loro (Vangelo di Matteo 15,21-28). Oppure la sua opera di guaritore con miracoli rispetto agli altri guaritori ebrei del suo tempo.10 Secondo i Vangeli, la potenza di Dio in Gesù era così forte che poteva persino resuscitare i morti (ad esempio, Vangelo di Marco 5,34-43), come raccontano anche i profeti dell’Antico Testamento Elia (1 Libro dei Re 17,17-24) ed Eliseo (2 Libro dei Re 4,32-37).

È chiaramente evidente e descritto in tutto il Nuovo Testamento che Gesù era un ebreo e tutti i Vangeli interpretano l’intera vita di Gesù in relazione all’Antico Testamento, la Bibbia ebraica, che è sacra al giudaismo e quindi lo era anche per Gesù. Quando Gesù criticava il Tempio o le pratiche religiose o le interpretazioni della Torah di vari gruppi ebraici del suo tempo, non si trattava di un rifiuto del Tempio, della Torah o dell’ebraismo. Piuttosto, Gesù si impegnava a essere un ebreo credibile secondo la volontà di Dio, in relazione al Tempio, ancora una volta con le parole dell’Antico Testamento: «La mia casa sarà una casa di preghiera per tutte le nazioni» (citando il Libro di Isaia 56,7), combinate con la critica: «Ma voi ne avete fatto un covo di ladri» (Vangelo di Marco 11,17; citando il Libro di Geremia 7,11).

Il «giusto sofferente»

Le critiche di Gesù ai governanti del suo tempo lo portarono a essere perseguitato, arrestato, torturato e ucciso dai potenti. Secondo i Vangeli, Gesù affrontò questo destino consapevolmente, poiché molti profeti lo avevano già condiviso prima di lui (Vangelo di Matteo 5,12). Va sottolineato ancora una volta che in Israele, al tempo di Gesù, solo la potenza occupante romana, rappresentata dal governatore Ponzio Pilato, aveva il diritto di pronunciare la pena di morte.11 Non sono «gli ebrei» i responsabili della morte di Gesù, anche se alcuni passi del Nuovo Testamento, storicamente scorretti, generalizzano in questo modo. La crocifissione non è una pena di morte ebraica, ma romana.

L’iscrizione di Ponzio Pilato, ritrovata a Caesaraea Maritima nel 1961, dimostra che Ponzio Pilato fu prefetto dell’imperatore Tiberio in Giudea dal 26 al 36 d.C.

Il tradimento di Gesù, il suo arresto, la sua sofferenza e la sua morte sono stati compresi e interpretati da lui e dai suoi discepoli e dai Vangeli con le esperienze e le idee dei «giusti sofferenti».12 La lunga storia della fede ebraica ha portato alla consapevolezza che la fede, la rettitudine, l’onestà, l’amore per Dio e per il prossimo, possono portare a una vita felice (Salmo 1), ma che a volte accade l’esatto contrario: le persone che si battono per la dignità di tutti gli uomini e quindi si difendono dall’abuso di potere e da un crudele dominio politico, economico o religioso, vengono perseguitate e distrutte da chi detiene il potere, esperienze queste che attraversano tutta la storia umana fino ai giorni nostri. Nell’Antico Testamento, questo fenomeno è descritto, tra gli altri, nel Salmo 69 o nel Libro della Sapienza 1, 16-20; 5, 1-13, ed è un’esperienza di Geremia (Libro di Geremia)11, 18-23 e del servo di Dio, il «giusto sofferente», nel Libro di Isaia 40-55.

A Gerusalemme

Sulla base di tali esperienze, gli ultimi giorni e la morte di Gesù in particolare sono raccontati con molte citazioni del Primo Testamento. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è descritto con parole tratte dal libro veterotestamentario di Zaccaria 9 e Gesù è equiparato al re della pace: «… cavalcando un’asina, un puledro d’asina» (Libro di Zaccaria 9,9; cfr. Vangelo di Matteo 21,5-7). Ciò significa che sta arrivando un re completamente diverso, senza cavallo da guerra, senza esercito, senza palazzo, senza potere. Gesù viene accolto con un grido di osanna al suo ingresso. Questo grido deriva dal Salmo 118,25 e viene cantato nelle tre grandi feste di pellegrinaggio (Pasqua, Shavuot, Sukkot): L’ebraico «Hoshaiah na», «salva» Dio, diventa il greco «Osanna»: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Vangelo di Matteo 2,9; Salmo 118,25-26).

Giotto di Bondone: Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 1303-1306 d.C.

Passione e ultime parole di Gesù

Gesù si recò con i suoi discepoli a Gerusalemme per la Pasqua ebraica. Lì, Gesù tenne con i suoi l’Ultima Cena, che per molti versi corrispondeva a un seder (celebrazione della Pasqua in un contesto familiare), ma storicamente si svolse probabilmente prima della celebrazione della Pasqua vera e propria e fu reinterpretata da Gesù. Dopo l’Ultima Cena, Gesù si recò con i suoi discepoli nel Giardino del Getsemani, dove espresse la sua paura della morte con le parole del salmo: «L’anima mia è rattristata fino alla morte» (Vangelo di Marco 14,34; Salmo 42,6, 12; 43,5).

Il tradimento da parte di Giuda è interpretato con il Libro di Zaccaria 11,12 (cfr. Vangelo di  Matteo 27,9) e la crocifissione di Gesù con molte parole del Salmo, come la distribuzione delle vesti di Gesù da parte dei soldati con il Salmo 22,19: «Distribuiscono tra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia veste» (cfr. Vangelo di Matteo 27,43)e la derisione di Gesù sulla croce con il Salmo 22,9: «Egli ha confidato in Dio, che ora lo salverà se si compiace di lui…». (Vangelo di Matteo 27,43).

È inoltre particolarmente impressionante che, secondo i Vangeli, Gesù abbia pregato Dio con parole di un salmo alla sua morte. Le ultime parole di Gesù nel Vangelo di Marco sono quelle del Salmo 22,2: «Eloi, Eloi, lema sabachtani? Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Vangelo di Marco 15,34). Le ultime parole del Vangelo di Luca, redatto più tardi, sono tratte dal Salmo 31,6: «Padre, nelle tue mani affido il mio spirito» (Vangelo di Luca 23,46).

Marc Chagall: Crocifissione bianca, 1938 d.C.

«innestato»

I discepoli di Gesù erano arrivati a credere che Gesù fosse il Cristo/Messia, l’Unto di Dio, il Figlio di Dio, come descritto in tempi e contesti diversi nell’Antico Testamento, non contro ma a causa della loro fede ebraica. Interpretarono inoltre la morte e la risurrezione di Gesù sulla base delle loro scritture ebraiche (cfr. Vangelo di Luca 24; Libro degli Atti 13 come esempi). Continuarono a recarsi al tempio (Libro degli Atti 3) e a celebrare le feste ebraiche: la Pentecoste, ad esempio, avvenne durante la celebrazione della festa ebraica di Shavuot (Festa delle Settimane), che si celebra il 50° giorno dopo la festa di Mazzot (Festa dei Pani Azzimi) (cfr. Libro degli Atti 2). Inoltre, essi spezzavano il pane il primo giorno della settimana, la domenica, e quindi celebravano la «Cena del Signore» (Libro degli Atti 2,42; 20,7; 1 Lettera ai Corinzi 11,23-34).

È stato soprattutto grazie all’opera dell’apostolo Paolo13 che la fede in Cristo si è diffusa dalle comunità giudaico-cristiane originarie alle culture non giudaiche, tanto che nell’Impero Romano e oltre sono sorte chiese cristiane che non seguivano più tutti i comandamenti ebraici della Torah. Ma allora come oggi, vale quanto spiegato da Paolo con il paragone dell’ulivo: il giudaismo è come un buon ulivo, e i credenti in Cristo sono come un ramo che è stato «innestato» in questo buon ulivo (Lettera ai Romani 11,17-24). Non devono mai dimenticare che sono portati dalla «buona radice» (il giudaismo) e che l’alleanza di Dio con il popolo ebraico non è mai stata annullata, perché «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Lettera ai Romani 11,29).

Alberi di ulivo nel giardino del Getsemani

La consapevolezza che Gesù era un ebreo così come lo erano i discepoli, gli apostoli e le persone delle prime comunità cristiane ebraiche rafforza il mio rispetto per le persone di fede ebraica come cristiano e il mio grato legame con loro e con la loro storia di fede.

  1. Cfr. Arnold Angenendt: Toleranz und Gewalt. Das Christentum zwischen Bibel und Schwert, Münster 5. ed. 2009, 486-592, con ulteriore bibliografia.
  2. I libri su Gesù di studiosi ebrei che sono stati pionieri del dialogo ebraico-cristiano meritano ancora di essere letti, per esempio Schalom Ben-Chorin: Fratello Gesù. Un punto di vista ebraico sul Nazareno, Brescia, 2022; David Flusser: Jesus, Brescia, 2008; Pinchas Lapide / Ulrich Luz: Der Jude Jesus. Thesen eines Juden, Antworten eines Christen, Einsiedeln 1979.
  3. Cfr. a riguardo Schalom Ben-Chorin: Mutter Mirjam. Maria in jüdischer Sicht, München 1971.
  4. Cfr. André Flury: Erzählungen von Schöpfung, Erzeltern und Exodus (Studiengang Theologie 1,1), Zürich 2018, 248-249.
  5. Le lettere maiuscole in DIO indicano il nome di Dio, YHWH.
  6. Sul tema della «purezza» si veda Beate Ego: Reinheit / Unreinheit / Reinigung (AT), su: https://bibelwissenschaft.de/stichwort/33086/ (12.01.2025).
  7. Vedi in dettaglio Annette Schellenberg: Gott, als Vater (AT), anche gli aspetti materni, su: https://bibelwissenschaft.de/stichwort/33987/ (12.01.2025).
  8. Cfr. Ernst-Joachim Waschke: Messias (AT), su: https://bibelwissenschaft.de/stichwort/27061/ (12.1.2025); Dieter Zeller: Messias / Christus, su: https://bibelwissenschaft.de/stichwort/51997/ (12.01.2025).
  9. Cfr. Clemens Thoma / Simon Lauer / Hanspeter Ernst: Die Gleichnisse der Rabbinen, 4 vol., Bern 1986-2000.
  10. Cfr. Hanna Rose: Heilung (NT), su: https://bibelwissenschaft.de/stichwort/46881/ (12.01.2024).
  11. Cfr. Gerd Theißen / Annette Merz: Der historische Jesus. Ein Lehrbuch, Göttingen 3. ed. 2001, 387-414.
  12. Cfr. Hans-Jürgen Hermisson: Gottesknecht, su: https://bibelwissenschaft.de/stichwort/19964/ (12.01.2025); André Flury: Der leidende Gerechte (Weish 2,1a.12.17-20; Mk 9,30-37), in: Die siebzig Gesichter der Schrift, Bd. 1: Auslegung der alttestamentlichen Lesungen des Lesejahres B, ed. da Schweizerisches Katholisches Bibelwerk, Fribourg 2011, 251-255.
  13. Sull’ebraismo di Paolo cfr. Schalom Ben-Chorin: Paulus. Der Völkerapostel in jüdischer Sicht, München 1970.

     

    Crediti d’immagine: Immagine di copertina: Rembrandt (1652), Testa di Cristo. Wikiart / Immagine 1: Circoncisione di Cristo, scena da una pala d’altare raffigurante la vita di Maria e l’infanzia di Gesù, ca. 1480 d.C., Brabante di Mengen, Skulpturensammlung, Bode-Museum Berlin. Wikimedia Commons. / Immagine 2: Raffigurazione di Gesù nel Tempio, Maestro dei pannelli di Pollingen, 1444 d.C., Germanisches Nationalmuseum, Norimberga. Wikimedia commons / Immagine 3: Mosè riceve le Dieci Parole, Maestro di San Vitale, Ravenna, prima del 547 d.C. Wikimedia commons / Immagine 4: Credito d’immagine: Geremia piange la distruzione di Gerusalemme, 1630 d.C., Rijksmuseum Amsterdam. Wikimedia commons / Immagine 5: Iscrizione di Ponzio Pilato, ritrovata a Caesaraea Maritima nel 1961, che dimostra che Ponzio Pilato fu prefetto dell’imperatore Tiberio in Giudea dal 26 al 36 d.C., Israel Museum Jerusalem. Foto: André Flury / Immagine 6: Giotto di Bondone: Ingresso di Gesù a Gerusalemme, 1303-1306 d.C., ciclo di affreschi nella Cappella dell’Arena a Padova (Cappella degli Scrovegni). Wikimedia commons / Immagine 7: Marc Chagall: Crocifissione bianca, 1938 d.C., Art Institute of Chicago. Wikiart, fair use / Immagine 8: Ulivi nel giardino del Getsemani. Foto: André Flury

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